11 novembre

Il freddo è umido, l’aria velata attenua le forme, smorza i colori, parla di chiaro-scuri lontani fatti di forme sfumate dalla nebbia, densa avvolgente fredda, ma amica, negli indumenti caldi che ti proteggono e che ti permettono di vivere con lei.

Martino è un soldato, il suo cavallo calca sonoramente il terreno ghiacciato.

Lungo la sua strada si delinea l’incerta figura di un mendicante seminudo: non ha armi, non ha difese, non ha speranze.

Martino si ferma e lo guarda.

Gli occhi negli occhi. Due uomini.

Martino sguaina la spada, solitamente usata per attaccare, per ferire, per uccidere … ma con quella taglia il suo montello e ne dona metà all’ALTRO.

La tradizione racconta che il cielo si schiarì e la temperatura si fece più mite, dilatando il gesto di Martino.

Mantello nella lingua italiana. Pallium nella lingua latina.

Perchè un mantello che copre, che scalda, che è “cura dell’altro” diventa nel comune sentire mesto palliativo, velo che copre il problema, che dissimula, benevolo inganno verso chi soffre, chi ha bisogno?

Perchè le armi della medicina, destinate ad aggredire la malattia, a guarire, a risolvere, perdono di valore nel momento in cui diventano strumenti per lenire, per proteggere, per contenere, per sostenere?

La giornata di S. Martino, che l’11 novembre si celebra, può interrogarci sul significato più profondo delle cure palliative, non placebo, non illusione ma vicinanza calda, sollecita, attiva verso l’ALTRO , in una fase della vita in cui è prezioso chi si fa presenza significante “I care for you: mi occupo di te, agisco per te, tu sei importante per me”.